Camusso, una patrimoniale per finanziare taglio delle tasse sui salari

«Una crescita generale dei salari accompagnata da un piano di investimenti pubblici e privati. Serve questo per uscire dalla stagnazione, combattere la deflazione, ridurre le diseguaglianze. Per voltare pagina rispetto alle politiche dell’austerità.. È la ricetta di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che boccia il progetto del governo di detassare gli aumenti in azienda legati alla produttività: «Riguarderebbe una minoranza di lavoratori. Vanno detassati gli incrementi dei contratti nazionali che interessano tutti».

Camusso, l’Istat fotografa un paese fermo. Com’è l’Italia vista dal sindacato? «Un Paese nel quale bisognerebbe cominciare a raccontare la verità. Innanzitutto, il vero drammatico problema dell’Italia si chiama disoccupazione giovanile. Siamo un Paese che non sta costruendo per le generazioni future. Anche così si stanno accentuando le differenze e le diseguaglianze. Sul fronte produttivo c’è ormai più o meno un terzo delle aziende che hanno innovato, sono competitive nel mondo, hanno salari dignitosi, partecipazione, alto tasso di sindacalizzazione. Sono la nostra vetrina sul mondo. Poi c’è il resto: aziende dipendenti dalla domanda interna che però è crollata. Un Paese spaccato che avrebbe bisogno di un obiettivo condiviso, un’idea di Paese come fu per l’euro. Invece si va avanti con le politiche dei bonus».

Che c’entrano i bonus? «C’entrano perché si affronta tutto con la logica dell’emergenza Un pò qua, un pò là. Si è visto con gli 80 euro, la gente ha prima pagato i debiti poi si è rimessa a risparmiare. Meglio il bonus maternità o un piano per creare più asili pubblici? C’è un nodo irrisolto dalle nostre parti: continuare a farci governare dall’economia e dalle regole o affidare il governo alla politica?».

Perché la politica si sarebbe ritirata? «Ha delegato al sistema finanziario e imprenditoriale di decidere le nostre prospettive. L’idea di fondo è: noi vi togliamo i vincoli, spetta poi a voi imprese cosa e come fare. Renzi dice che il problema non è l’economia ma la politica. Ha ragione, il problema è questa politica che si fa governare dai seguaci di un’ideologia economica sbagliata. Pensi che abbiamo destinato agli sgravi contributivi per le assunzioni 17 miliardi, il risultato sono 585 mila assunzioni in quasi tre anni. Anziché assumere i giovani, sono stati assunti i cinquantenni. Bene, ma così è come invitare i giovani a comprarsi un biglietto aereo e andarsene. Non penso che si possa tornare, con un colpo di bacchetta magica, ai livelli occupazionali del 2007, ma quando vedo che i giovani medici dei pronto soccorso sono assunti o con contratti di collaborazione o come partite Iva, penso che sia una dichiarazione di resa Questo governo ha promesso l’abolizione del precariato mentre oggi con i voucher rischiamo di avere una forma ancora peggiore di sfruttamento».

II governi sta preparando un piano per estendere la detassazione del salario aziendale e rilanciare la produttività. Cosa ne pensa? «Che bisogna smetterla! Ci siamo battuti, e continueremo a farlo, per la detassazione dei premi. Ma serve una misura per l’insieme dei lavoratori dipendenti, non solo per quel 20% interessato dalla contrattazione aziendale».

La risposta dei governo, e della Confindustria, è che per quella strada, rendendo fiscalmente più favorevole il salario aziendale, si stimolano i contratti integrativi. «È sempre la stessa litania. Abbiamo già provato e non ha funzionato. Non si pud continuare a mettere in campo politiche anti-inflazione quando siamo in piena deflazione».

Propone di detassare gli aumenti a livello nazionale? «È una strada possibile. L’obiettivo deve essere quello di rilanciare la domanda, di far ripartire gli investimenti, di una crescita generale dei salari. Detassarlo solo per una parte minoritaria delle aziende significa dire a tutte le altre: cercate di cavarvela competendo sui costi, abbassando qualità e retribuzioni. Una ricetta vecchia Ma se ci mettiamo a guardare i numeri ci accorgiamo che gli investimenti sono drammaticamente scesi e che la contrattazione di secondo livello non è cresciuta».

Ma il salario in azienda è legato ai risultati, lei propone un aumento delle retribuzioni scollegato da qualsiasi parametro. Le retribuzioni tornano ad essere una variabile indipendente dell’economia? Non siamo fuori dalla crisi. «Scusi, quella che viviamo non è forse una crisi da domanda? Si può affrontare in piena deflazione con le ricette anti-inflazione degli anni 80 e 90?».

Come fa un’impresa in difficoltà a pagare anche gli aumenti salariali? «Esattamente per questo va cambiata la politica. Senza una ripresa della domanda quell’impresa è destinata chiudere. Sto proponendo di utilizaare la leva fiscale. Serve un concorso di tutta l’economia».

Servono soldi. Dove li prende? «E per la detassazione del salario di produttività non servono i soldi?».

Ciò che propone lei costa molto di più. Avete delle stime? «Pensiamo che con misure attente a non colpire il ceto medio si possano recuperare svariati miliardi l’anno».

Quindi rilanciate la patrimoniale? Non la vuole nessuno. «Guardi che pensiamo di tassare solo i grandi patrimoni, non la casa dell’operaio che per comprarsela ha acceso un mutuo».

È realistico chiedere 7 miliardi per i rinnovi dei contratti pubblici? «Quella cifra non è nostra ma dell’Avvocatura dello Stato».

Quanto ci vuole allora? «Non faccio cifre. Dico, però, che, dopo anni di blocco, i salari nel pubblico impiego devono aumentare».